Kurt Diemberger

Sul palco del teatro di Vezzano una leggenda vivente dell’alpinismo puro

Definire Kurt Diemberger un alpinista, o anche un grande alpinista, è riduttivo, visto che è scrittore e cineasta e soprattutto uomo dallo spirito intenso. A 80 anni è storia e leggenda dell’alpinismo, ed è capace con vivacità, gusto dei particolari e ironia, di trasmettere a tutti l’esperienza della montagna. Il pubblico che ha affollato il Teatro Valle dei Laghi di Vezzano, ben oltre i posti sedere, circa 500 persone, ha tributato a Diemberger molti e sentiti applausi.
Austriaco, nato e cresciuto fra i monti intorno a Salisburgo, Diemberger, dopo molte ascensioni nelle Alpi, fra cui la Nord dell’Eiger (quando un terzo di quelli che ci provavano ci lasciavano la pelle), ha compiuto la sua prima grande spedizione nel ’57 con il forte Hemann Buhl che lo volle con sè, lui appena venticinquenne. Fu una spedizione in stile alpino, con poco materiale e senza bombole, l’inizio di un modo più sincero di scalare, un modo a cui Diemberger è sempre tato fedele, fino a scalare il Dhaulagiri nel 1960 senza ossigeno in prima assoluta. E’ l’unico alpinista vivente ad avere nel suo carnet due prime ascensioni assolute di 8000. Guai però a parlargli di montagna come di conquista o di record.
“Oggi – dice – l’alpinismo è cambiato tantissimo grazie alla tecnologia e tanta gente si simenta, alcuni solo per il lato sportivo. Ma i record si possono fare in pianura, in montagna chi va di corsa non vede niente. La prima volta sul ghiacciaio ai piedi del K2 c’eravamo solo noi e le nostre tre trende, nel 2004, quando sono tornato, ce n’erano centinaia”.
Come dicevamo, comunque, l’etichetta di alpinista gli sta stretta. Per un lungo periodo, quasi 18 anni ha lasciato le vette per spedizioni in giro per il mondo, dalle giungle ai deserti, fra Africa, Groenlandia e America, insieme alla sua fedele cinepresa. Autore di molti documentari, fra le sue opere c’è il primo film sonoro sull’Everest insieme a una spedizione francese nel 1978.

Oggi vive fra l’Italia e l’Austria e la sua montagna è qualche “tiro di corda” con gli amici, ma fino a pochi anni fa era ancora in spedizioni di grande respiro: nel 2004 il K2. Una montagna questa per lui particolare, amata e maledetta. Ci è stato quattro volte e vi ha girato vari documentari. Nell’86, a 54 anni, nell’ennesima spedizione è scampato per miracolo a condizioni terribili, rimettendoci le prime falangi della mano destra, ma la montagna ha preteso un tributo altissimo: si è portata via la sua prima moglie, Julie, anche lei cineasta.

In seguito ha girato documentari nelle zone himalayane con la figlia Ildegarde, antropologa ed etnologa. Come regista Diemberger ha vinto molti premi, fra i quali la Genziana d’Oro al Filmfestival di Trento nell’89. Come scrittore non è da meno, tanto che nello stesso anno ha vinto il premio Itas-Letteratura di montagna. La sua ultima fatica letteraria si intitola “Il settimo senso” ed è stato appena tradotto in italiano. “Il sesto senso è quello che ti avverte dei pericoli che non vedi e ti dice di tornare indietro e così ti salva la vita, ma il settimo senso è quello che ti spinge in su ad andare, è l’idea di realizzare qualcosa, che sia una scalata o scrivere un libro, o fare un film”.

Se qualcuno però gli chiede se è “realizzato”, lui che ha fatto così tanto, risponde “Oh no, chi è realizzato si ferma e io ho tante curiosità, ci vorrebe un’altra vita”.