Edurne Pasaban e Gnaro Mondinelli

Circa 600 persone a Vezzano per ascoltare Edurne Pasaban e Gnaro Mondinelli

La serata conclusiva di MeseMontagna si è chiusa con un successo di pubblico oltre le aspettative, con il Teatro Valle dei Lahi di Vezzano affollato ben oltre i posti a sedere per un totale di circa 600 persone. Sul palco due protagonisti dell’alpinismo di oggi: Edurne Pasaban e Silvio Mondinelli, due persone vere prima che personaggi. Nel complesso l’edizione 2012, la numero 7, va in archivio con oltre 3200 presenze, e soprattutto un forte gradimento da parte degli appassionati della montagna.

E’ stata la serata di Mondinelli e Pasaban, compagni di cordata sugli Ottomila e per un periodo compagni nella vita. Edurne, il cui nome in basco significa Neve, è una donna che può vantare quello che pochi uomini al mondo sono riusciti a fare: l’ascensione di tutte le 14 cime himalayane sopra gli Ottomila. Destinata a una carriera nelle imprese di famiglia, ingegnere per formazione, scopre l’alpinismo quasi per caso a 14 anni nella cittadina di nascita, Tolosa, nei Paesi Baschi. Nel suo racconto sul palco strappa un sorriso, rivelando che si era iscritta al club alpino locale perché a lei e alle sue amiche piaceva l’istruttore, il quale però non le degnava di uno sgurado, per cui le sue amiche hanno abbandonato, mentre lei ha scoperto la passione per la montagna. Una passione vera, visto che l’anno dopo è nelle Alpi e sale sul Monte Bianco, e in seguito si cimenta con alcuni 6000 delle Ande, per arrivare poi nel ’98 a far parte di una spedizione in Himalaya. Qui incontra per caso un gruppo di alpinisti italiani, di cui fa parte Mondinelli, che diventa il suo maestro: “Mi ha insegnato molto. Se non l’avessi conosciuto non avrei fatto gli Ottomila”. Nelle immagini di alcune spedizioni, alcune concluse con un fallimento e perfino con conseguenze drammatiche, come l’amputazione di due dita dei piedi, la Pasaban non ha reticenze nel mostrare la sua umanità, il pianto di commozione nel raggiungere una vetta, la fatica, la paura. E anche raccontando sul palco la sua vita non ha reticenze nel dire di avere avuto una grossa crisi e di essere caduta in depressione, tanto da stare ferma un anno e finire in ospedale, dopo la disavventura costatale due dita. “Mi chiedevo che senso aveva, perché sacrificare una vita nornmale, non avere famiglia. Poi con l’aiuto della mia famiglia e dei miei amici, ho capito che quello che volevo veramente era scalare. La montagna per me è libertà, nella montagna ho trovato quello che piace a me”.
Anche Silvio Mondinelli è alpinista per caso. Nativo di Gardone Valtrompia scopre le cime grazie al servizio militare nella Finanza svolto in Trentino, dove gli propongono un corso di roccia. Poi diventa Guida alpina e membro del Soccorso alpino in Valsesia, fino ad avere la grande occasione nell’89 grazie a Fausto De Stefani che lo invita a partecipare a una spedizione sul Daulaghiri. Oggi a 54 anni, dopo aver conquistato tutti gli Ottomila senza ossigeno, terzo italiano, si definisce non un alpinista ma un “montanaro”, uno che vive in montagna, va per i boschi, guarda i fiori e gli animali, falcia i prati e qualche volta fa scalate. Nel raccontarsi ammette che il prezzo da pagare è stato alto, in termini familiari, di lunghe assenze da casa, nel sentirsi rimproverare dal figlio: “Sono un egoista, ma tutti quelli che vogliono conseguire un obiettivo lo sono. Comunque non mi piace la parola record, se mai sfida con se stessi”. Un altra cosa che non piace a Mondinelli sono gli alpinisti bugiardi (e ce ne sono, dice) e quelli che si vantano di aver scalato un Ottomila ma non vedono quello che c’è intorno. Lui al contrario è impegnato da anni nel sociale con l’Associazione Amici del Monte Rosa, con la quale ha raccolto fondi per un ospedale e una scuola vicino Katmandu, e adottato a distanza 30 bambini. Silvio detto Gnaro, che sarebbe l’equivalente di “bocia”, in fondo è rimasto un ragazzo, con la sua simpatia, la sua schiettezza, il suo parlare diritto. Non nasconde che in montagna c’è la paura e il fatto che qualche volta piange: sono sentimenti, emozioni, e fanno parte della vita. Per il futuro rivela, rispondendo alla domanda di Paolo Malfer, conduttore della serata, di voler scalare per l’ultima volta un Ottomila, tornare sull’Everest, e poi dedicarsi a una vita più tranquilla, stare vicino alla sua nuova compagna e forse fare il contadino, o comunque il montanaro, e meno l’alpinista.