Alexander Huber

La sfida oltre i limiti di Alexander Huber riempie il Teatro di Vezzano

 

La settima edizione di MeseMontagna è partita con un tutto esaurito: il Teattro Valle dei Laghi di Vezzano ha visto gente in piedi, sugli scalini e in galleria, per un totale di circa 500 persone. Attrazione della serata il “re della libera”, Alexander Huber, definito da Messner fra i dieci più forti alpinisti al mondo. Nessuna prosopopea ma una grande passione e la voglia di comunicare questa sua passione per la montagna, un sentimento da lui definito “quinta dimensione”, qualcosa che va oltre lo spazio e il tempo. Nato fra le montagne al confine fra Austria e Baviera, 44 anni, Huber inizia ad arrampicare quasi prima che a camminare, visto che a 11 anni sale sul Monte Bianco e a 14 decide di cimentarsi nell’arrampicata libera. Per farlo viene in Trentino, sulle falesie del Sarca e ad Arco, per cui ieri sera per lui è stato un po’ come tornare a casa. Il racconto di alcune sue imprese, fra cui una libera asssoluta, senza corda di sicurezza sulla Cima Grande di Lavaredo, ha tenuto avvinghiati i presenti per quasi due ore. Le foto e le immagini di certi passaggi di settimo e ottavo grado, tenuto su dalla forza delle dita su minimi appigli è stata un’emozione indimenticabile. Naturalmente dietro, come per tutti i grandi dell’alpinismo, c’è la sfida, la voglia di superarsi, e in più la voglia di andare a cercare difficoltà “impossibili”. La sua idea è che non è tanto l’altezza di una montagna a renderla affascinante, ma la difficoltà, il salire in modo inedito. Eppure non c’è nessun dogmatismo, nessuna contrapposizione con l’alpinismo tradizionale. “Sono cose che mi danno la stessa emozione, che è quella di andare in montagna – spiega -. Se posso cerco di fare tutto in libera, che è la maniera naturale, ma dove non è possibile va bene l’arrampicata articficialle, in fondo anche quello è un modo normale di andare in montagna”. E poi ancora: “Il mio obiettivo è attraversare la linea fra il conosciuto e l’inesplorato, per cui non è necessario fare un Ottomila, anche una montagna più bassa può presentare una sfida interessante, nuova.” Al suo attivo ha imprese straordinare come il secondo 9a del mondo (Om, 1992) e il primo 9a+ (Open Air, 1996). Nel 1995 sale in libera la leggendaria Salathé (8a) sulla parete dell’El Capitan nello Yosemite Valley, poi si consacra fra i grandi assoluti liberando lo Zodiac (8b) ed altri cinque itinerari all’El Capitan. Del 2008 è la conquista dell’Ulvetanna, il monte più difficile dell’Antartide, dove il freddo estremo è di per sé una delle più grandi difficoltà; non pago, apre con la prima scalata della parete ovest dell’Holtanna, l’itinerario più difficile del continente ghiacciato.

Oltre che alpinista è anche scrittore e non solo di spedizioni, ma di vita e di esperienza. Dei suoi sette libri in italiano è stato tradotto “La montagna ed io”, che appunto non è solo un elenco di imprese, ma un libro di maturazione. Laureato in fisica, padre di 2 bambine, Huber racconta anche della sua grande crisi, che per un periodo gli ha fatto perdere la pasisone per le montagne, e che – ormai affermato e protagonista di serate e incontri – gli ha fatto dire basta. “Come potevo – racconta oggi – parlare ad altri di montagna, se io non sentivo più nel cuore la passione?”. Oggi per fortuna la passione gli è ritornata ed e è sicuramente in grado di trasmetterla. Insieme al fratello Thomas è tornato a scalare, collocandosi come si è detto nell’Olimpo degli alpinisti mondiali.